giovedì 17 maggio 2012

Ringrazio la carinissima Arwen del blog Il rifugio degli elfi per avermi gentilmente donato questo premio
un pizzico di fortuna va sempre bene.. soprattutto in questi tempi!!!
Come per tutti i premi ci sono delle regole...

1° ringraziare chi ha donato il premio
2° elencare 3 cibi che si amano particolarmente
3° elencare 10 blog meritevoli del premio

Dunque ecco i cibi che preferisco:
- la pasta è il piatto di cui non posso fare a meno... di tutti i tipi ma soprattutto gli strozzapreti romagnoli
- pizzaaaaaaaaaaaa
- la torta chantilly...  anche se vado pazza per tanti altri dolci


Invece la scelta dei 10 blog è la nota dolente... allora per non avere questo  grosso dilemma giro il premio a tutti quelli che mi vengono a trovare e lasciano un commento
Che la fantasia ci accompagni sempre...

sabato 12 maggio 2012

"... il regno delle fate e degli spiriti è molto più resistente dei sogni che gli uomini gli dedicano. Forse rimarrà sempre sul punto di scomparire e non scomparirà mai."
*William Butler Yeats*

domenica 19 febbraio 2012

Cosa si narra della storia degli elfi? come nascono ?

Iluvatar li fece nascere sotto le Stelle, e tra tutte le cose, è proprio la luce delle Stelle quella che essi amano di più.
Gli Elfi erano immortali e vivevano a lungo quanto la Terra, senza conoscere malattia e pestilenze, ma i loro corpi avevano la stessa sostanza della Terra, e come essa erano passibili di distruzione. 
Alti quanto gli Uomini, gli Elfi ne erano però più forti di cuore e di membra, e il volgere degli anni e delle Ere portava loro non già vecchiaia, ma altra bellezza e saggezza. 
Potevano essere uccisi dalle armi o dal dolore, ma la loro non era che una morte apparente, perchè la loro vita continuava nelle Aule di Mandos, in Valinor, da dove col tempo possono tornare. 

Gli Elfi avevano occhi risplendenti della luce delle Stelle che videro alla nascita,
capelli d'oro, d'argento o neri quanto l'ambra nera; emanavano luce, e il suono delle loro voci era puro, dolce e vario come l'acqua di fonte.
 La storia di questo popolo, benedetto da Iluvatar ma, perchè immortale, destinato alla malinconia e alla tristezza, è narrata con particolare affetto da Tolkien nei suoi libri.La fine della Terza Era del mondo segnò la fine della permanenza degli Elfi nella Terra di Mezzo, e nella Quarta Era, quella del Dominio degli Uomini, l'ultimo Elfo salpò con l'ultima nave per le Aule di Mandos.

da Il portale dei sogni

mercoledì 18 gennaio 2012

tipologia delle fate di Lot

«Mi chiedete dunque di raccontarvi chi sono e da dove vengono le Fate di Lot? Una domanda quasi impertinente, messere, ma il capriccio che oggi qui mi guida, fa si che io desideri rispondere alla vostra domanda.
Badate, ho scelto di rispondervi e vi racconterò, se saprete conservare il silenzio ed ascoltare senza porre questioni.»

La Fata, seduta su di un masso bianco posto ai bordi della cascata, scrolla leggermente la testa, mentre un sorriso dolce e ironico le illumina i lunghi occhi orientali dalle sfumature di foglia nuova.

Incrocia con grazia le braccia intorno alle ginocchia rialzate, e fissando un punto lontano, narra con voce sommessa:

«Siamo belle. Più belle infinitamente delle donne mortali, più fragili degli angeli, più appassionate e sensuali delle elfe sottili che passano con passo di danza senza quasi piegare gli steli dell’erba. Veniamo da terre d’incanto e primavera, in cui solo di rado giungeva un mortale, e sempre per nostra volontà.
Quelle terre sono ormai lontane, perdute in una nebbia di sogno e di malinconia, e non vi faremo ritorno per lungo, lungo tempo ancora, se il tempo ha valore per noi, che non invecchiamo e non moriamo.»

Mentre racconta, la Fata, pensierosa, arrotola su di un dito sottile una ciocca di capelli, che come un mantello lucente le coprono le spalle.
La guardo e penso che non sia mai esistita una donna di tale bellezza: tanto squisita da sembrare davvero un sogno avverato, dagli occhi colmi di mistero all’eleganza rarefatta dei gesti, tutto in lei sa toccare le corde più segrete dei cuori e farle vibrare all’unisono con la propria armonia.
D’un tratto si alza e il morbido fluire della veste, sembra stabilire un accordo sottile con il fluire dell’acqua dalla cascata.

«Mi chiamano Fata Madre, e le Fate mi obbediscono, o meglio, -  sorride - scelgono di obbedirmi. Non chiedere perché proprio io sia stata scelta. Così è, e tanto ti basti.
Ma il mio nome è Ayanami, e come tutte le Fate, anch’io ho la mia inclinazione.»

«Mi chiedi che siano le inclinazioni, non è vero? Lo leggo nella luce più viva del tuo sguardo.
Ebbene, devi sapere che le Fate giungono alla vita sul piano eterico e sul piano reale nello stesso istante.
E sebbene sia sul piano eterico che noi viviamo per la maggior parte del nostro tempo, e che questo sia cosa difficile da comprendere, un mondo senza orizzonte, eternamente immerso in una luce d’alba e tramonto, senza terreni, fatto della sostanza di cui son fatti i sogni, ecco, è la nascita al reale che determina l’inclinazione del carattere di una Fata.
Ogni Fata ha in sé le caratteristiche della nostra razza: l’allegria, il capriccio, la sensualità; eppure ognuna risponde alle caratteristiche del momento in cui per la prima volta, scendendo dal piano eterico, ha acquisito forma umana e posato il piede sul terreno.
Così incontrerai Fate Blu, dai lunghi capelli corvini e dagli occhi di acquamarina, nate sui bordi dei fiumi e vicine alla spuma dei laghi, sognatrici e romantiche, esili come i giunchi sul bordo del rivo e altrettanto flessibili. 
Le vedrai sostare sulla riva del mare in burrasca e conversare con le sirene, ridere ai bordi delle cascate e cantare nella pioggia quando scende sottile come fili d’argento in primavera. Fai attenzione, sono a volte malinconiche e covano a lungo il rancore, e il loro raro sorriso può rubarti il cuore.
O ti farai sedurre da una Fata Verde, nata nel cuore della primavera su un prato umido di rugiada? Dai suoi riccioli color del rame e dalle sue risate ricche come il canto dell’usignolo? Saprai capire il suo amore per ogni albero, per ogni fiore e frutto, per ogni stelo d’erba? È facile amare una Fata Verde, la speranza che illumina i suoi occhi, la gioia che sa portare nella vita di chi l’incontra, è difficile lasciarla andare e non desiderare di possederla... ma vano è il desiderio dei mortali di possedere una Fata...

Dolci e allegre, ricche di armonie segrete sono le Fate Gialle, dai lunghi riccioli color del grano, nate nel mezzogiorno dell’estate più bella. Se guarderai con attenzione in un campo di grano, tra stelo e stelo, dove nascono i papaveri ed i fiordalisi color del cielo, le vedrai inseguire farfalle o cantare sedute nel cerchio, o inseguire come cuccioli i raggi del sole che filtrano tra le foglie. Ricche di monili d’oro e di gemme intrecciate alla chioma, ti insegneranno, se le ascolterai con il cuore puro, la gioia infinita della gioia stessa, dei sorrisi regalati con il cuore puro, e il segreto di aprirsi agli altri come un fiore ai raggi del sole.
 
Alla dolcissima luce della luna nascono le Fate Bianche, colme di grazia e malinconia, dalle chiome lisce e chiare che scendono come l’acqua di un ruscello sulle spalle eleganti. Le vedrai danzare tra i cristalli di neve o nascondersi nei boccioli dei gelsomini. Così delicate che potrai con una sola mano circondarne la cinta, e così belle che non potrai ardire di alzare nemmeno lo sguardo sulla loro timida grazia.»

Ayanami mi guarda con gli occhi colmi di sapiente mistero, e ridendo continua:

«E vedrai camminare con noi, e danzare nel nostro magico cerchio, le Fate Nere. Quelle toccate dal vento di burrasca e dal temporale, belle e cupe come il cielo durante le tempeste, e altrettanto temibili. Rapide nell’ira, e terribili nella vendetta, possono far tremare le tue mani con un solo sguardo degli occhi di ametista, o con una sola, sprezzante, alzata delle belle spalle.
Potrai sognare di addormentarti per una notte nel mare nero e lucente delle loro trecce, ma quando ti sveglierai, potresti scoprire che sulla terra sono trascorsi mille anni.»

La risata di Ayanami la bella tintinna come un campanello lontano, e il tocco leggero della sua mano sulla spalla mi fa tremare tanto, che a stento riesco a leggere ora ciò che ho scritto.

«Qualcuno ha detto di me, tanto tempo fa, che indosso la bellezza come un manto, e che guardo il mondo con gli occhi colmi di un segreto divertimento... ebbene, oggi tu mi hai offerto motivo di riso e divertimento, e di questo ti sono grata.
Ti chiederai che facciamo nel Granducato di Lot... lontane dalle nostre terre e dal nostro destino? Ebbene, viviamo, ché nelle Fate la gioia stessa della vita è più inebriante dell’ambrosia dei miti. E poiché amiamo i mortali, per loro ­ e per il nostro capriccio ­ sappiamo creare piccole magie.
Delicata e fragile è la magia delle Fate, perché vive di immaginazione, ed opera su quel che i sensi dettano a coloro che la subiscono o l’implorano. Non siamo maghe o streghe dai potenti incantesimi, e le nostre magie sono solo il miraggio di cosa potrebbe accadere se solo i mortali lasciassero libera la loro mente, e sgombro il loro cuore.
Per questo, la nostra magia non può cambiare il mondo, ma solo l’impressione che del mondo voi avrete... potrà farvi credere di essere diverso, ma non mutarvi. Per questo, dovrete accondiscendere all’opera magica, e noi non potremo imporla, ma...» 

Ayanami alza un dito e diviene ai miei occhi alta, e bella, e severa.

«Ricordate» ­sussurra, appoggiando dolcemente le sue labbra sulle mie,­ «guardatevi da un bacio di Fata.»

E mentre ridendo la bella Ayanami scompare, intorno a me restano solo le piccole stelle bianche delle lucciole.


Fonte: CAMARILLA DELLE FATE

mercoledì 23 novembre 2011

Armi, armature e combattimento delle Fate di Lot

Le Fate, creature del piccolo popolo, non sono solite trascorrere la loro esistenza adoperandosi in duelli o guerriglie armate. Possono decidere di infastidire o scherzare bonariamente con qualsiasi altro Lottiano, ma difficilmente si incontra una Fata armata e in assetto da guerra.
In alcuni casi, è comunque necessario potersi difendere e così conoscere le armi più adatte alle loro dimensioni o indossare un’armatura che, sebbene leggera, possa giovare molto.

LE ARMI
Ovviamente non è possibile per una Fata utilizzare ogni tipo di arma, ed alcune sono assolutamente impossibili da maneggiare, vista la poca forza disponibile.
È particolarmente indicato l’uso di un coltello o di uno stiletto affilato, che può essere facilmente nascosto ed usato per colpire le parti del colpo che vengono lasciate scoperte dall’armatura dell’avversario.
Allo stesso modo, colpire il proprio nemico con una fionda o un piccolo arco permette di mantenersi ad una certa distanza, e di sfruttare l’agilità e il volo che contraddistingue la razza.

Tutto ciò che può ostacolare o rendere i movimenti più lenti e goffi è quindi da evitare, favorendo così i punti di forza della razza: l’intelligenza, l’agilità, la possibilità di volare e muoversi velocemente in qualsiasi ambiente.

LE ARMATURE
Le Fate di Lot, vista la loro scarsa forza fisica, possono indossare solo armature classificate come leggere: il Giaco Imbottito, la Corazza di Cuoio o l’Armatura a scaglie ad esempio.
 E non possono difendersi con scudi di alcun tipo, nemmeno di legno.
Il capo, invece, può essere ricoperto da semplici elmi in cuoio che permettono di ripararsi da cadute, frecce di rimbalzo o colpi di striscio.
In caso di duello, quindi, la Fata si coprirà con un pettorale in cuoio, magari rinforzato da borchie o piccole placche metalliche, un elmo in cuoio e degli stivaletti robusti. Questo tipo di abbigliamento non permette di difendersi da frecce o dardi scoccati su lunga distanza, come non permette di resistere ai colpi di armi pesanti da botta o da taglio, ma consente di mantenere un’ottima mobilità e un’altrettanto ampia visibilità, che spesso viene a mancare ai cavalieri armati di tutto punto.

IL COMBATTIMENTO
Anche se combattere non è propriamente il mestiere delle Fate, in alcune situazioni è bene sapere cos’è meglio fare e quali siano le strategie da scegliere di fronte al loro avversario.
Per una Fata è quasi sempre preferibile combattere in forma eterica. La forma naturale di una Fata non richiede, infatti, alcun tipo di dispendio energetico e la possibilità di volare unita alla scarsa altezza, le rende un bersaglio difficile da colpire oltre che particolarmente agile.

Armate di stiletto o spada corta, possono volare attorno all’avversario colpendolo a ripetizione in più punti, avendo l’accortezza di scegliere quelli scoperti dall’armatura (occhi, collo, giunture).
La forma umana invece non permette di levarsi in volo, abilità essenziale per scappare, e non consente neppure una forza o una resistenza maggiore, costringendole a combattere come “umani molto deboli”.

sabato 24 settembre 2011

Le fate dell' autunno



Il Canto dell'autunno vien sussurato leggero tra un ramo di melo e un frutto rosso...
tra cespugli disadorni di bacche, e torrenti bisognosi di nuove acque...
su brughiere accarezzate dal vento gelido del nord.
Il Canto di Mabon giunge atteso ed adorato da un nugolo irrisorio di fate dalle ali di cartapesta
Poche gioiscono del suo arrivo, foriero di gelo e fredde foschie, padre di apparente morte e fine.
Quelle poche si radunano attorno a me, che dalla Torre di Finnola narro loro le avventure di
querce che si addormentano e di viti che arrosiscono timide....
Brindiamo insieme alla sapienza del salmone, contando nocciole su polle incantate...
Ascoltiamo attente la voce dell'Aria e il grido del Fuoco, il sordo risentimento della Terra
e il dolce mormoria dell'Acqua. Scrutiamo la luce che corteggia il buio,
salutiamo il sole che va ed attendiamo la notte.
Presto il Velo si scosterà....
Noi rare fate dell'autunno portiamo la porpora sulle foglie...
Non canzonateci per il nostro bizzarro sentire...
Non tutte le creature del bosco son figlie della luce e del sole...
alcune sono nate nella notte stellata e gelida di Mabon,
alcune si vestono di foglie secche e bacche e non di fiori e luce....
Noi siam le fate dell'equilibrio...
il nostro volto guarda la notte sorella e sorride...


Le Shide sono le fate dell’autunno, pertanto il loro Spirito Custode è Mabon, il quale si manifesta sotto diversi aspetti, ma quello più comune è l’aspetto di un bambino, il quale ha occhi profondamente malinconici, ma con modi allegri e spensierati.
Le Shide come la stagione a cui appartengono sono fate dal carattere mutevole, con ciò non si intende che esse cambiano atteggiamento da un momento all’altro, ma che in se hanno diverse sfaccettature, difatti è difficile che si venga a comprendere tutto di loro, ed è per questo motivo che continuano a stupire continuamente chi le sta accanto.
Solitamente hanno capelli scuri,castani blu o rossi. Difficilmente nasce una fatina dell’autunno dai capelli chiari. Hanno occhi lucenti e profondi. 
 La loro pelle è nivea e vestono abiti dai colori che richiamano quelli meravigliosi dell’autunno (nascono cosi).
Hanno un carattere timido ma quando si lasciano andare sono molto allegre e spiritose. Amano fare piccoli scherzetti e stare in buona compagnia. Il loro profumo si sente per tutta la stagione: un' essenza di melograno e uva fragola. Un odore cosi piacevole e caldo da regalare buon umore e calore nelle prime giornate di freddo. Quando le prime foglie iniziano a cambiar colore e la natura si presta a telaio delle inimitabili tinte che la decorano.
Quando i primi freddi arrivano a sfiorar la pelle e odor di buono e caldo arriva a solleticare le narici, aprite gli occhi: un’amabile fata dell’autunno è intorno a voi, che con il suo volo vi dona l’allegria.
In forma animale, le fate d’autunno possono assumere le sembianze di cavallo, lupo, volpe o scoiattolo.
Le fate dell’autunno (o della terra), possono assumere per piccoli periodi svariate forme per mimetizzarsi o nascondersi legate all’elemento stesso e alla loro stagione.
Possono trasformarsi:
in un sassolino o pietra, in una foglia, in una piccola pianta o funghetto,
possono assumere forma e colore della terra che hanno intorno.
Possono creare piccoli oggetti:
piccole montagne di terra o sassolini, possono forare una roccia o oltrepassarla (se piccolina), possono creare buche di media grandezza (circa 30 cm).
Le Shide rappresentano il mutamento, il divenire, sono coloro che cambiano continuamente, che imparano dalle esperienze di vita, proprio come il vento autunnale che modifica le forme delle nuvole, così loro nel proprio cammino modificano se stesse in varie forme sempre nuove e facendo passi sempre più consistenti verso la comprensione e conoscenza, questo è dovuto alla loro voglia di sapere e conoscere le cose e difatti sono dotate di un intelletto molto spiccato che usano ogni qual volta possono.
Anche se esse comprendono il mutare della vita e di ogni cosa non riescono a non staccarsi da quel sogno quasi “infantile” dell’amore eterno e per questo lo proteggono con tutte le proprie forze sino a morire.

domenica 14 agosto 2011

I Baci Fatati sono un tipo particolare di baci, molto sensuali e coinvolgenti, che soltanto le Fate più esperte riescono a dare.
La persona che li riceve prova una specie di stordimento, della durata di un minuto soltanto, accompagnato da un lieve giramento di testa ed alcune sensazioni: un Bacio Fatato non costringe a fare nulla, ma è il ricevente che decide se abbandonarsi alle sensazioni del Bacio, e quindi agire di conseguenza, oppure rifiutarsi e contrastarne l’illusione.
 Le sensazioni vengono scelte di volta in volta dalla Fata che dà il Bacio Fatato, ma non possono mai essere sensazioni di odio, terrore, morte e quant’altro vada contro il loro allineamento. In genere ogni Fata sceglie sensazioni coerenti con la propria inclinazione.

Verrete travolti da un turbinio di suoni e colori, per un minuto rimarrete intontiti, non riuscendo a capire nulla di quello che vi succede intorno e non riconoscendo più le persone che vi circondano. Il Vostro corpo è assalito da una forte emozione, e vi sembra che le porte che racchiudono i vostri sentimenti siano spalancate.
Per un minuto sentirete il bisogno di donare e ricevere affetto. Una scia soave di muschio bianco e more selvatiche avvolgerà le vostre narici, mentre un sapore dolce come nettare di pere succose, scenderà sulle vostre labbra, delizioso ed irresistibile. Assaporatelo e per un minuto, vi sentirete in uno stato prossimo all’estasi.
I Baci Fatati non hanno effetto sulle altre Fate.

A livello pratico la Fata deve spedire un sussurro alla persona, specificando che il bacio è un Bacio Fatato, elencando le sensazioni che farà provare.

lunedì 25 luglio 2011

Vispe lucertole correvano tra le fenditure di un vecchio albero e si comprendevano bene tra loro, poiché parlavano tutte la lingua delle lucertole.
«Accidenti! Che brontolio proviene dal vecchio monte degli elfi!» esclamò una lucertola. «Con questo rumore non ho chiuso occhio per ben due notti; era proprio come se avessi avuto il mal di denti, perché anche in quel caso non dormo!»
«Sta succedendo qualcosa là dentro!» aggiunse un'altra lucertola. «Il monte si solleva restando appoggiato su quattro paletti rossi fino al canto del gallo, così si cambia l'aria, e le ragazze degli elfi hanno imparato a battere la cadenza con i ben cadenzati piedi in nuove danze. Sta succedendo qualcosa!»
«È vero! ho parlato con un lombrico che conosco» disse una terza lucertola «era appena arrivato dal monte, dove per molti giorni e notti aveva scavato nella terra. Lì aveva sentito parecchie cose; quel povero animale non ci vede, ma può strisciare e ascoltare. Aspettano ospiti al monte degli elfi, ospiti distinti, ma il lombrico non vuole dire chi aspettano, o forse non lo sa nemmeno! Tutti i fuochi fatui sono stati chiamati per fare una fiaccolata, come la chiamano loro, e come brillano l'oro e l'argento! Ce n'è parecchio nel monte ed è stato esposto al chiaro di luna.»
 «Chissà chi saranno gli ospiti?» si chiesero le lucertole. «Che cosa stanno preparando? Sentite che rumori! E che ronzio!»
In quel mentre il monte degli elfi si aprì e un'anziana donna degli elfi, senza schiena, ma altrimenti molto ben vestita, ne uscì sgambettando. Era la vecchia governante del re degli elfi, una sua lontana parente, e aveva un cuore di ambra sulla fronte. Le sue gambe si muovevano eleganti, tip, tip! accidenti come sapeva sgambettare!

E arrivò fino alla palude dal nottolone.
«Lei è invitato al monte degli elfi per questa notte» gli disse «ma prima ci deve fare un grosso favore, deve preoccuparsi lei degli inviti. Deve pur fare qualche servizio, dato che non ha una casa sua! Verranno ospiti molto distinti, troll molto importanti, e per questo il vecchio re degli elfi vuole essere presente alla festa!»
«Chi bisogna invitare?» chiese il nottolone.
«Ecco, al grande ballo può venire chiunque, persino gli uomini se sanno parlare nel sonno o fare qualcosa che rientra nel nostro genere. Ma per il primo banchetto c'è una rigida selezione, ci saranno solo i più distinti. Ho discusso col re degli elfi perché io non volevo che venissero gli spettri. Il tritone e le sue figlie devono essere invitati per primi; non amano molto trovarsi all'asciutto, ma avranno certamente almeno una pietra bagnata su cui stare, o addirittura qualcosa di meglio. Così credo che questa volta non diranno di no. Devono anche esserci tutti i vecchi troll di prima classe con la coda, lo spirito del fiume e i folletti, e poi credo che non dovremo dimenticare la scrofa della tomba, il cavallo degli Inferi e l'orrore della cattedrale.
È vero che fanno parte del clero e non hanno nulla in comune con la nostra gente, ma d'altro canto è il loro mestiere e poi sono quasi parenti e ci fanno spesso visita!»
«Bra!» esclamò il nottolone e se ne volò via per portare gli inviti.
Le ragazze degli elfi già ballavano sul monte, e ballavano con lunghi scialli tessuti di nebbia e chiaro di luna: erano molto graziose, per chi ama quel genere di bellezza.
Al centro del monte c'era una grande sala pulita con molta cura; il pavimento era stato lavato con il chiaro di luna e le pareti erano state lucidate con grasso di strega, così ora brillavano alla luce come petali di tulipani. La cucina era zeppa di rane allo spiedo, pelli di serpi ripiene di dita di bimbi, insalata di semi di fungo, musi umidi di topo, e cicuta; c'era la birra della donna della palude e il vino di salnitro brillante della cantina delle tombe. Tutto era di sostanza; chiodi arrugginiti e frammenti dei vetri della chiesa erano i confetti.
Il vecchio re degli elfi fece lucidare la corona d'oro con il gesso in polvere; era il gesso del primo della classe ed era stato diffìcile trovarlo, persino per il re! Nella camera da letto c'erano le tende alzate, fissate con saliva di serpe. C'era proprio un bel baccano!
«Adesso bisogna bruciare i crini di cavallo e le setole di maiale, poi credo di aver terminato il mio compito» esclamò la governante.
«Caro padre» chiese la figlia minore «posso sapere finalmente chi sono gli ospiti di riguardo?»
«Certo!» rispose il re.«Ora te lo dico. Due delle mie figlie devono tenersi pronte a sposarsi: ne darò certo via due in sposa! Il vecchio troll della Norvegia, che abita sull'antica montagna di Dovre e possiede molti castelli di scoglio costruiti su massi enormi e una miniera d'oro che vale più di quanto si creda, viene quaggiù con i suoi due figli, che devono trovar moglie. Il vecchio troll è proprio un vero norvegese, onesto e distinto, allegro e semplice; lo conosco dai tempi in cui brindammo alla nostra amicizia. Era venuto allora a cercar moglie, ora è morta, era la figlia del re della scogliera di IVfeen. S'è preso una moglie di creta, come si usa dire! Oh, che voglia di rivedere il vecchio troll norvegese!
Si dice che i figli siano maleducati e presuntuosi, ma può darsi che non sia vero, o che migliorino col tempo. Vediamo se li saprete sistemare voi!»
«Quando arrivano?» chiese una figlia.
«Dipende dal tempo e dal vento» rispose il re degli elfi. «Viaggiano in economia. Verranno con la prima nave che passa. Io volevo che passassero dalla Svezia, ma il vecchio non si fida. Non è al passo coi tempi, e questo non mi piace molto!»
In quel mentre giunsero saltellando due fuochi fatui, ma uno era più veloce e arrivò prima.
«Arrivano! Arrivano!» gridarono.
«Datemi la corona e mettetemi al chiaro di luna!» disse il re degli elfi.
  Le figlie sollevarono i lunghi scialli e si chinarono fino a terra.
Apparve il vecchio troll di Dovre, con una corona di getti di ghiaccio indurito e pigne d'abete lucidate, una pelliccia d'orso e un bel paio di stivali; i figli invece erano senza colletto né bretelle perché volevano apparire più moderni.
«Questa sarebbe una montagna?» chiese il più giovane indicando il monte degli elfi. «In Norvegia la chiameremmo una caverna!»
«Giovanotti!» commentò il vecchio «la caverna va in dentro il monte va in fuori. Non avete gli occhi?»
L'unica cosa che li sorprendeva in quel luogo, osservarono era il fatto di capire la lingua senza difficoltà.
«Non datevi arie adesso!» rispose il vecchio «o finirete per sembrare immaturi.» E entrarono nel monte degli elfi dove si trovava una compagnia molto distinta, che si era riunita in fretta come fosse stato il vento a soffiarla là. Per ognuno era stato apparecchiato con molto buon gusto. La gente di mare sedeva in grandi vasche d'acqua e sosteneva di sentirsi come a casa propria
Tutti erano molto ben educati, eccetto i due giovani troll norvegesi, che avevano appoggiato le gambe sul tavolo e credevano di poter fare qualunque cosa.
«Giù le gambe dal tavolo!» gridò il vecchio troll, e i figli gli obbedirono, ma solo dopo qualche tempo. Fecero poi il solletico alla loro vicina di tavolo con delle pigne d'abete che avevano in tasca, e si tolsero gli stivali per sentirsi più comodi dandoli in custodia alle donne. Il padre invece, il vecchio troll era tutta un'altra cosa; raccontava così bene delle fiere montagne della Norvegia, delle cascate che precipitano bianche di schiuma, risuonando come un organo o come un tuono.
Raccontava del salmone che risale la corrente, quando l'ondina suona la sua arpa d'oro, delle luminose notti invernali durante le quali le sonagliere risuonano e i ragazzi corrono con le torce accese sul ghiaccio tanto trasparente che i pesci sotto di loro si spaventano. Sì, sapeva proprio raccontare! Tanto che la gente che ascoltava vedeva e sentiva le cose di cui lui parlava: le segherie sembravano funzionare davvero, i ragazzi e le ragazze cantare le canzoni e danzare i balli popolari tipici della valle di Halling. A un tratto il vecchio troll diede un grosso e casto bacio alla governante degli elfi; un bacio molto fraterno, ma bisogna pensare che non sono neppure lontani parenti!
Le ragazze del monte degli elfi cominciarono a danzare, sia nel solito modo che battendo un piede, e questo genere di danza si addiceva molto alle ballerine. Infine ci fu una "danza artistica", in cui ogni ballerino si esibisce in un assolo fuori dalle file.
 Accidenti! Come sapevano tendere le gambe, non si distingueva più la fine e il principio; non si capiva quali fossero le braccia e quali le gambe, si mescolavano come trucioli di serratura e ruotavano per la stanza tanto che il cavallo degli Inferi stette male e se ne andò fuori.
«Brr!» esclamò il vecchio troll «quante gambe! Ma che cosa sanno fare oltre danzare, tendere le gambe e fare le giravolte?»
«Adesso lo saprai!» rispose il re degli elfi, e chiamò la più giovane delle sue figlie; era così magra, e trasparente come il chiaro di luna, era la più raffinata tra le sorelle; mise in bocca uno stecchino bianco e immediatamente scomparve: questa era la sua specialità.
Il vecchio troll disse di non apprezzare una moglie che sapesse fare quella magia, e lo stesso senza dubbio pensavano i suoi figli.
La seconda sapeva camminare di fianco a se stessa come se avesse avuto l'ombra, cosa che gli spiriti non hanno.
La terza era di un altro genere, aveva imparato alla birreria della donna della palude e sapeva lardellare i tronchi di ontano con le lucciole.
«Questa diventerà un'ottima donna di casa!» commentò il vecchio troll e brindò strizzando l'occhio, dato che non voleva bere troppo.
Poi giunse la quarta figlia con una grande arpa d'oro su cui cominciò a suonare, ma non appena ebbe toccato la prima corda tutti sollevarono la gamba sinistra, dato che gli spiriti sono mancini, e quando vibrò la seconda corda tutti dovettero fare quello che voleva lei.
«Questa è una moglie pericolosa!» disse il vecchio troll, e i suoi due ragazzi uscirono dal monte perché si erano annoiati.
«Cosa sa fare la prossima?» chiese il troll.
 «Io ho imparato a amare i norvegesi» esclamò lei «e non mi sposerò se non andrò a abitare in Norvegia!»
Ma la sorella più piccola sussurrò al vecchio troll: «Dice così solo perché ha sentito in una canzone norvegese che, quando il mondo finirà le rocce norvegesi resteranno come monumenti del passato: è per questo che vuole andare lassù, perché ha tanta paura di morire».
«Ah! ah!» rispose il vecchio troll «tranquillizzati! E cosa sa fare la settima e ultima fanciulla?»
«Prima c'è la sesta» gli disse il re degli elfi, che sapeva contare; ma la sesta non volle presentarsi.
«Io so solamente dire la verità alla gente» rispose «di me non importa a nessuno, e sono già abbastanza impegnata a cucirmi la camicia per la bara!»
Poi arrivò la settima e ultima figlia, che cosa sapeva fare? Sapeva raccontare delle storie, tante quante ne voleva.
«Qui vedi le mie cinque dita» le disse il vecchio troll. «Raccontami una storia per ognuno.»

 La figlia del re lo afferrò per il polso e lo fece ridere finché gli venne il singhiozzo. Quando poi arrivò all'anulare, che aveva un anello dorato in vita come se già sapesse che ci sarebbe stato un fidanzamento, il vecchio troll esclamò: «Tieni ben stretto ciò che hai, la mano è tua. Io ti voglio prendere in moglie».
La fanciulla rispose che mancavano ancora le storie dell'anulare e del mignolo!
«Le sentiremo quest'inverno» rispose il vecchio troll «e ci racconterai la storia dell'abete, della betulla, dei regali delle ninfee e del gelo che scricchiola! Vedrai quanto dovrai raccontare, perché nessuno lo sa fare bene lassù. Ci siederemo nella nostra stanza di pietra dove arde la legna, berremo l'idromele dai corni d'oro degli antichi re norvegesi, l'ondina me ne ha regalato qualcuno! Mentre saremo là seduti verrà a trovarci il folletto contadino, che canterà tutte le canzoni delle pastorelle di montagna. Sarà molto divertente! Il salmone salterà sulla cascata proprio contro il muro di pietra di casa nostra, ma non riuscirà a entrare! Vedrai come si sta bene nella vecchia e cara Norvegia! Ma dove sono finiti i miei ragazzi?»
Già, dov'erano finiti i due ragazzi? Correvano nei campi e spegnevano tutti i fuochi fatui, che stavano arrivando con calma per fare la fiaccolata.
«C'è bisogno di gironzolare così?» esclamò il vecchio troll «io ho trovato una madre per voi, ora voi potete prendervi una delle zie!»
Ma i ragazzi dissero che avrebbero preferito tenere un discorso o brindare all'amicizia, mentre di sposarsi non avevano alcuna intenzione. Perciò tennero un discorso, brindarono all'amicizia, e rovesciarono il bicchiere per dimostrare che avevano bevuto fino in fondo; poi si tolsero i vestiti e si stesero sul tavolo per dormire, dato che erano un po' sfacciati. Il vecchio troll danzò per la stanza con la sua giovane sposa; poi si scambiarono gli stivali, il che è più fine che scambiarsi gli anelli.
 «Ora canta il gallo!» esclamò la vecchia governante, che badava alla casa. «Bisogna chiudere le persiane delle finestre per evitare che il sole ci arrostisca!»
E così il monte si richiuse.
Fuori le lucertole correvano su e giù dall'albero spaccato e una disse all'altra:
«Oh, come mi piace il vecchio troll norvegese!»
«A me piacciono di più i ragazzi!» replicò il lombrico, ma lui non ci vedeva, poveretto!


La collina degli elfi
Hans Christian Andersen

sabato 11 giugno 2011

gli elfi silvani

-Mamma,posso vedere gli Elfi?
-Certo che puoi vederli,cara, quando vuoi...basta che ti inoltri nei boschi...
-Ma...io ci sono stata nei boschi,e non li ho mai visti!
-E allora ascoltami...
entra nei boschi con la fantasia,e non dimenticarti il rispetto...Cancella dal tuo cuore la cattiveria, l'arroganza e la supponenza...e non solo potrai vederli, ma anche ascoltarli

Le origini degli Elfi Silvani sono antichissime. Bisogna risalire fino al tempo del Consiglio degli Elfi Anziani,tra la fine del Regno della Luce (dominata dagli Elfi) e l'inizio del Tempo Oscuro (il nostro Tempo).
Isil, la più giovane di 4 fratelli, aveva dato vita ad una comunità di Elfi che viveva tra i boschi, in equilibrio con la Natura, e che adorava la Dea Eliane. Ognuno dei suoi fratelli aveva percorso strade diverse e per lunghi anni non avevano più avuto notizie gli uni degli altri. Il giorno in cui la comunità nata da Isil si trovo' in pericolo, quest'ultima chiamò a raccolta i suoi fratelli per chiedere il loro aiuto.
 Con rammarico si accorse che nessuno di loro era disposto a farlo, ognuno perduto nella ricerca di egemonie pericolose e lontane dai dettami della vita Elfica. La Grande scissione degli Elfi si fa risalire a quell'evento drammatico, da cui nacquero le quattro razze Elfiche oggi conosciute: gli Alti, i Selvaggi, i Silvani e i Drow. Superato l'imminente pericolo chiamando a raccolta il coraggio dei pochi Elfi fedeli ad Isil, da quel tempo i Silvani vissero isolati da tutti, colmi di una profonda delusione verso i loro oramai perduti fratelli, dai quali si sentivano traditi. 
Abituati alla vita selvaggia, gli Elfi Silvani sono persino più agili delle altre razze elfiche; hanno capelli che vanno dal biondo al rosso rame, passando per le varie sfumature castane, formando un piacevole contrasto con la pelle leggermente abbronzata. Gli occhi sono generalmente di colore marrone o verde intenso. Come negli altri Elfi, i lineamenti del viso sono fini e affilati con orecchie tipicamente a punta.
L’altezza è compresa fra un metro e 60 e un metro e 80 centimetri, la vita media è lunga in rapporto a quella umana: circa 750 anni. L’abbigliamento dei Silvani è finalizzato alla mimetizzazione, e dunque per definizione è semplice, con i colori delle varie stagioni: i loro ornamenti sono costituiti da piume, collane e bracciali di pietre e gemme, e amano colorare il corpo con tatuaggi di ogni forma. 
Alcuni di loro hanno imparato a parlare con gli altri abitanti del bosco, e li usano nei loro compiti di esplorazione, ma quasi mai in battaglia perché ritengono sacra la vita degli animali. 
La Musica è l’altra arte che preferiscono: le loro feste sono caratterizzate da frenetici canti, avviluppati da suoni complessi ma prodotti da strumenti semplici come flauti e strumenti a corda, ma anche da vere orchestre di strumenti a percussione di corteccia o di pelli, in cui tutti i membri della comunità si abbandonano per notti intere dedicate al culto stesso della Vita, ballando instancabili come arsi da un desiderio orgiastico. A volte si odono, camminando nei boschi, anche suoni più miti, più struggenti, all’apparenza nati dalle foglie morte del sottobosco. Nessuno riesce mai a trovare la vera origine di questa musica, ma pochi dubitano che ne siano gli Elfi Silvani gli artefici. Il rapporto che intrattengono con le altre razze è praticamente inesistente; si tengono lontani il più possibile dagli altri esseri pensanti, compresi gli Elfi Alti, e sono determinati a salvaguardare le loro abitudini e la loro libertà ad ogni costo.
La loro politica è incentrata sulla neutralità totale, ma diventano ostili se qualcuno attenta a loro o al bosco, abbattendo gli alberi o provocando una grande moria di animali. Persino gli altri Elfi, quando si avvicinano a meno di 5 Km da un loro accampamento, hanno una scorta di almeno due Elfi Silvani, che li segue sempre, non vista, finché non si allontaneranno da quella zona. Gli Elfi Silvani si alleano più spesso con gli animali della foresta che non con i propri simili.
Nessuno conosce il luogo in cui sorgono i loro accampamenti, per il semplice fatto che i Silvani impediscono a chiunque li abbia trovati di rendere la notizia pubblica.
Alle volte, ove trovano le condizioni adatte, si stabiliscono sopra gli alberi della foresta, in un intrico di ponti sospesi e di passerelle che rendono la città invisibile a chi passa sotto.
Le loro tendenze isolazioniste li hanno portati a dimenticare un po’ dell’unica lingua degli Elfi,il “Sindaril”, e solitamente usano un dialetto primitivo chiamato “Nandorin”.

sabato 21 maggio 2011

C’era, un tempo, un contadino di nome Juanito, che era padrone di dieci bufali e di molte risaie.
Un giorno accadde una cosa strana: la più grande delle risaie di Juanito si trasformò in uno stagno dall’acqua profonda, che per di più aveva lo stesso colore dell’oro.
Appena si seppe, tutto il villaggio corse a guardare, e ognuno diceva la sua: era buon segno, Juanito sarebbe diventato ricco; no, era una cattiva magia, e a Juanito sarebbe accaduta una disgrazia.
Alla fine la gente si stancò di chiacchierare e se ne tornò a casa. Sulle rive dello stagno rimase solo Juanito che, seduto fra i cespugli, guardava sconsolato le acque d’oro, pensando al raccolto rovinato.

A un tratto, però, gli sembrò di sentire delle voci sconosciute, voci di ragazze che ridevano e scherzavano.
Guardò a destra, guardò a sinistra: nessuno. Poi alzò gli occhi, e vide un gruppo di bellissime fanciulle vestite di rosso, con ali di farfalla sulle spalle, che scendevano giù dal Cielo per tuffarsi nello stagno.
Juanito le guardò nuotare e giocare, spruzzando acqua tutt’intorno, e alla fine, convinto che la sua disgrazia fosse opera loro, balzò fuori dai cespugli e gridò:


«Chi siete? E che cosa avete fatto alla mia risaia?»


In un lampo, le ragazze uscirono dall’acqua e presero il volo, come uno sciame di farfalle rosse.
Solo una non riuscì a scappare: le ali di farfalla cucite al vestito si erano impigliate nelle canne della riva.
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Juanito si avvicinò e la prese per un braccio, furibondo:
«Dovrei tagliarti la testa! Ora che la risaia è diventata uno stagno, chi mi ripagherà il raccolto perduto?»


«Lasciami!»
lo supplicò la ragazza.
«Sono la figlia di Abigat, il re delle fate, e non puoi trattenermi sulla Terra.»


Juanito, invece di lasciarla andare, la portò a casa sua, perché adesso non era più arrabbiato, ma innamorato: la figlia del re delle fate era cosi bella che lui aveva deciso di prenderla in moglie.
Alla ragazza l’idea non dispiacque. Juanito era bello e forte, e sicuramente non le avrebbe fatto mancare nulla. Così si sposarono, ma il contadino sapeva bene che non sarebbe durata: gli spiriti celesti, infatti, non possono restare troppo a lungo sulla Terra, e prima o poi sua moglie avrebbe dovuto andarsene.
Per allontanare il più a lungo possibile quel momento, però, Juanito nascose il vestito rosso con le ali di farfalla in un angolo della dispensa. Senza di esso, la piccola fata non avrebbe mai potuto volare sulla Luna, dov’era la casa di suo padre e delle sue sorelle.
I due sposi vissero felici per qualche anno, ed ebbero una bellissima bambina che fu chiamata Bugan. Juanito la adorava, e la piccola lo seguiva ovunque.

Ma un giorno, mentre il padre era nei campi, la bambina andò in dispensa a cercare le spezie per il pesce ripieno che sua madre stava cucinando, e siccome non le trovava frugò dappertutto. Ed ecco, in un angolo c’era uno splendido vestito rosso ornato con grandi ali di farfalla.
La bambina lo prese e corse in cucina:

«Mamma, guarda cos’ho trovato!»


«Il vestito che portavo quando ho conosciuto tuo padre!»
gridò la fata, e, senza badare al riso che bolliva e al pesce che cuoceva, se lo infilò.


Quando Juanito tornò a casa, trovò la moglie che lo aspettava con la bambina in braccio, vestita di rosso come la prima volta che l’aveva vista. Le grandi ali di farfalla battevano piano.
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«E ora che io ritorni da mio padre, marito»
disse la fata, piangendo.
«Prima o poi doveva succedere, lo sai.»


«Ma siamo stati tanto felici, insieme!»
gridò Juanito.
«Se proprio devi andare, portami con te!»


«Non posso, le mie ali non sono abbastanza forti. Porterò Bugan, che è piccola e leggera. E adesso addio, non ci rivedremo mai più.»

«No! Lasciami almeno la bambina!»


E Juanito si slanciò verso la moglie, cercando di strapparle Bugan dalle braccia.
La fata, però, aveva già preso il volo e si allontanava nel Cielo. Ben presto lei e Bugan arrivarono così in alto che Juanito non le vide più, e non gli rimase che sedersi sulla soglia di casa, con il viso tra le mani.
Restò là, senza muoversi, finché non spuntò la Luna: e contro il suo candore luminoso il contadino vide l’ombra di una donna alata che teneva in braccio una bambina.

Era sua moglie, la fata, che aveva appena fatto ritorno alla casa di suo padre.

E chi oggi guarda la Luna, chiedendosi cosa sia quell’ombra scura disegnata sulla sua bianca superficie, ora conosce la risposta: sono la moglie e la figlia di Juanito, che guardano la Terra e si chiedono cosa starà facendo l’uomo che hanno dovuto abbandonare.
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