mercoledì 23 novembre 2011

Armi, armature e combattimento delle Fate di Lot

Le Fate, creature del piccolo popolo, non sono solite trascorrere la loro esistenza adoperandosi in duelli o guerriglie armate. Possono decidere di infastidire o scherzare bonariamente con qualsiasi altro Lottiano, ma difficilmente si incontra una Fata armata e in assetto da guerra.
In alcuni casi, è comunque necessario potersi difendere e così conoscere le armi più adatte alle loro dimensioni o indossare un’armatura che, sebbene leggera, possa giovare molto.

LE ARMI
Ovviamente non è possibile per una Fata utilizzare ogni tipo di arma, ed alcune sono assolutamente impossibili da maneggiare, vista la poca forza disponibile.
È particolarmente indicato l’uso di un coltello o di uno stiletto affilato, che può essere facilmente nascosto ed usato per colpire le parti del colpo che vengono lasciate scoperte dall’armatura dell’avversario.
Allo stesso modo, colpire il proprio nemico con una fionda o un piccolo arco permette di mantenersi ad una certa distanza, e di sfruttare l’agilità e il volo che contraddistingue la razza.

Tutto ciò che può ostacolare o rendere i movimenti più lenti e goffi è quindi da evitare, favorendo così i punti di forza della razza: l’intelligenza, l’agilità, la possibilità di volare e muoversi velocemente in qualsiasi ambiente.

LE ARMATURE
Le Fate di Lot, vista la loro scarsa forza fisica, possono indossare solo armature classificate come leggere: il Giaco Imbottito, la Corazza di Cuoio o l’Armatura a scaglie ad esempio.
 E non possono difendersi con scudi di alcun tipo, nemmeno di legno.
Il capo, invece, può essere ricoperto da semplici elmi in cuoio che permettono di ripararsi da cadute, frecce di rimbalzo o colpi di striscio.
In caso di duello, quindi, la Fata si coprirà con un pettorale in cuoio, magari rinforzato da borchie o piccole placche metalliche, un elmo in cuoio e degli stivaletti robusti. Questo tipo di abbigliamento non permette di difendersi da frecce o dardi scoccati su lunga distanza, come non permette di resistere ai colpi di armi pesanti da botta o da taglio, ma consente di mantenere un’ottima mobilità e un’altrettanto ampia visibilità, che spesso viene a mancare ai cavalieri armati di tutto punto.

IL COMBATTIMENTO
Anche se combattere non è propriamente il mestiere delle Fate, in alcune situazioni è bene sapere cos’è meglio fare e quali siano le strategie da scegliere di fronte al loro avversario.
Per una Fata è quasi sempre preferibile combattere in forma eterica. La forma naturale di una Fata non richiede, infatti, alcun tipo di dispendio energetico e la possibilità di volare unita alla scarsa altezza, le rende un bersaglio difficile da colpire oltre che particolarmente agile.

Armate di stiletto o spada corta, possono volare attorno all’avversario colpendolo a ripetizione in più punti, avendo l’accortezza di scegliere quelli scoperti dall’armatura (occhi, collo, giunture).
La forma umana invece non permette di levarsi in volo, abilità essenziale per scappare, e non consente neppure una forza o una resistenza maggiore, costringendole a combattere come “umani molto deboli”.

sabato 24 settembre 2011

Le fate dell' autunno



Il Canto dell'autunno vien sussurato leggero tra un ramo di melo e un frutto rosso...
tra cespugli disadorni di bacche, e torrenti bisognosi di nuove acque...
su brughiere accarezzate dal vento gelido del nord.
Il Canto di Mabon giunge atteso ed adorato da un nugolo irrisorio di fate dalle ali di cartapesta
Poche gioiscono del suo arrivo, foriero di gelo e fredde foschie, padre di apparente morte e fine.
Quelle poche si radunano attorno a me, che dalla Torre di Finnola narro loro le avventure di
querce che si addormentano e di viti che arrosiscono timide....
Brindiamo insieme alla sapienza del salmone, contando nocciole su polle incantate...
Ascoltiamo attente la voce dell'Aria e il grido del Fuoco, il sordo risentimento della Terra
e il dolce mormoria dell'Acqua. Scrutiamo la luce che corteggia il buio,
salutiamo il sole che va ed attendiamo la notte.
Presto il Velo si scosterà....
Noi rare fate dell'autunno portiamo la porpora sulle foglie...
Non canzonateci per il nostro bizzarro sentire...
Non tutte le creature del bosco son figlie della luce e del sole...
alcune sono nate nella notte stellata e gelida di Mabon,
alcune si vestono di foglie secche e bacche e non di fiori e luce....
Noi siam le fate dell'equilibrio...
il nostro volto guarda la notte sorella e sorride...


Le Shide sono le fate dell’autunno, pertanto il loro Spirito Custode è Mabon, il quale si manifesta sotto diversi aspetti, ma quello più comune è l’aspetto di un bambino, il quale ha occhi profondamente malinconici, ma con modi allegri e spensierati.
Le Shide come la stagione a cui appartengono sono fate dal carattere mutevole, con ciò non si intende che esse cambiano atteggiamento da un momento all’altro, ma che in se hanno diverse sfaccettature, difatti è difficile che si venga a comprendere tutto di loro, ed è per questo motivo che continuano a stupire continuamente chi le sta accanto.
Solitamente hanno capelli scuri,castani blu o rossi. Difficilmente nasce una fatina dell’autunno dai capelli chiari. Hanno occhi lucenti e profondi. 
 La loro pelle è nivea e vestono abiti dai colori che richiamano quelli meravigliosi dell’autunno (nascono cosi).
Hanno un carattere timido ma quando si lasciano andare sono molto allegre e spiritose. Amano fare piccoli scherzetti e stare in buona compagnia. Il loro profumo si sente per tutta la stagione: un' essenza di melograno e uva fragola. Un odore cosi piacevole e caldo da regalare buon umore e calore nelle prime giornate di freddo. Quando le prime foglie iniziano a cambiar colore e la natura si presta a telaio delle inimitabili tinte che la decorano.
Quando i primi freddi arrivano a sfiorar la pelle e odor di buono e caldo arriva a solleticare le narici, aprite gli occhi: un’amabile fata dell’autunno è intorno a voi, che con il suo volo vi dona l’allegria.
In forma animale, le fate d’autunno possono assumere le sembianze di cavallo, lupo, volpe o scoiattolo.
Le fate dell’autunno (o della terra), possono assumere per piccoli periodi svariate forme per mimetizzarsi o nascondersi legate all’elemento stesso e alla loro stagione.
Possono trasformarsi:
in un sassolino o pietra, in una foglia, in una piccola pianta o funghetto,
possono assumere forma e colore della terra che hanno intorno.
Possono creare piccoli oggetti:
piccole montagne di terra o sassolini, possono forare una roccia o oltrepassarla (se piccolina), possono creare buche di media grandezza (circa 30 cm).
Le Shide rappresentano il mutamento, il divenire, sono coloro che cambiano continuamente, che imparano dalle esperienze di vita, proprio come il vento autunnale che modifica le forme delle nuvole, così loro nel proprio cammino modificano se stesse in varie forme sempre nuove e facendo passi sempre più consistenti verso la comprensione e conoscenza, questo è dovuto alla loro voglia di sapere e conoscere le cose e difatti sono dotate di un intelletto molto spiccato che usano ogni qual volta possono.
Anche se esse comprendono il mutare della vita e di ogni cosa non riescono a non staccarsi da quel sogno quasi “infantile” dell’amore eterno e per questo lo proteggono con tutte le proprie forze sino a morire.

domenica 14 agosto 2011

I Baci Fatati sono un tipo particolare di baci, molto sensuali e coinvolgenti, che soltanto le Fate più esperte riescono a dare.
La persona che li riceve prova una specie di stordimento, della durata di un minuto soltanto, accompagnato da un lieve giramento di testa ed alcune sensazioni: un Bacio Fatato non costringe a fare nulla, ma è il ricevente che decide se abbandonarsi alle sensazioni del Bacio, e quindi agire di conseguenza, oppure rifiutarsi e contrastarne l’illusione.
 Le sensazioni vengono scelte di volta in volta dalla Fata che dà il Bacio Fatato, ma non possono mai essere sensazioni di odio, terrore, morte e quant’altro vada contro il loro allineamento. In genere ogni Fata sceglie sensazioni coerenti con la propria inclinazione.

Verrete travolti da un turbinio di suoni e colori, per un minuto rimarrete intontiti, non riuscendo a capire nulla di quello che vi succede intorno e non riconoscendo più le persone che vi circondano. Il Vostro corpo è assalito da una forte emozione, e vi sembra che le porte che racchiudono i vostri sentimenti siano spalancate.
Per un minuto sentirete il bisogno di donare e ricevere affetto. Una scia soave di muschio bianco e more selvatiche avvolgerà le vostre narici, mentre un sapore dolce come nettare di pere succose, scenderà sulle vostre labbra, delizioso ed irresistibile. Assaporatelo e per un minuto, vi sentirete in uno stato prossimo all’estasi.
I Baci Fatati non hanno effetto sulle altre Fate.

A livello pratico la Fata deve spedire un sussurro alla persona, specificando che il bacio è un Bacio Fatato, elencando le sensazioni che farà provare.

lunedì 25 luglio 2011

Vispe lucertole correvano tra le fenditure di un vecchio albero e si comprendevano bene tra loro, poiché parlavano tutte la lingua delle lucertole.
«Accidenti! Che brontolio proviene dal vecchio monte degli elfi!» esclamò una lucertola. «Con questo rumore non ho chiuso occhio per ben due notti; era proprio come se avessi avuto il mal di denti, perché anche in quel caso non dormo!»
«Sta succedendo qualcosa là dentro!» aggiunse un'altra lucertola. «Il monte si solleva restando appoggiato su quattro paletti rossi fino al canto del gallo, così si cambia l'aria, e le ragazze degli elfi hanno imparato a battere la cadenza con i ben cadenzati piedi in nuove danze. Sta succedendo qualcosa!»
«È vero! ho parlato con un lombrico che conosco» disse una terza lucertola «era appena arrivato dal monte, dove per molti giorni e notti aveva scavato nella terra. Lì aveva sentito parecchie cose; quel povero animale non ci vede, ma può strisciare e ascoltare. Aspettano ospiti al monte degli elfi, ospiti distinti, ma il lombrico non vuole dire chi aspettano, o forse non lo sa nemmeno! Tutti i fuochi fatui sono stati chiamati per fare una fiaccolata, come la chiamano loro, e come brillano l'oro e l'argento! Ce n'è parecchio nel monte ed è stato esposto al chiaro di luna.»
 «Chissà chi saranno gli ospiti?» si chiesero le lucertole. «Che cosa stanno preparando? Sentite che rumori! E che ronzio!»
In quel mentre il monte degli elfi si aprì e un'anziana donna degli elfi, senza schiena, ma altrimenti molto ben vestita, ne uscì sgambettando. Era la vecchia governante del re degli elfi, una sua lontana parente, e aveva un cuore di ambra sulla fronte. Le sue gambe si muovevano eleganti, tip, tip! accidenti come sapeva sgambettare!

E arrivò fino alla palude dal nottolone.
«Lei è invitato al monte degli elfi per questa notte» gli disse «ma prima ci deve fare un grosso favore, deve preoccuparsi lei degli inviti. Deve pur fare qualche servizio, dato che non ha una casa sua! Verranno ospiti molto distinti, troll molto importanti, e per questo il vecchio re degli elfi vuole essere presente alla festa!»
«Chi bisogna invitare?» chiese il nottolone.
«Ecco, al grande ballo può venire chiunque, persino gli uomini se sanno parlare nel sonno o fare qualcosa che rientra nel nostro genere. Ma per il primo banchetto c'è una rigida selezione, ci saranno solo i più distinti. Ho discusso col re degli elfi perché io non volevo che venissero gli spettri. Il tritone e le sue figlie devono essere invitati per primi; non amano molto trovarsi all'asciutto, ma avranno certamente almeno una pietra bagnata su cui stare, o addirittura qualcosa di meglio. Così credo che questa volta non diranno di no. Devono anche esserci tutti i vecchi troll di prima classe con la coda, lo spirito del fiume e i folletti, e poi credo che non dovremo dimenticare la scrofa della tomba, il cavallo degli Inferi e l'orrore della cattedrale.
È vero che fanno parte del clero e non hanno nulla in comune con la nostra gente, ma d'altro canto è il loro mestiere e poi sono quasi parenti e ci fanno spesso visita!»
«Bra!» esclamò il nottolone e se ne volò via per portare gli inviti.
Le ragazze degli elfi già ballavano sul monte, e ballavano con lunghi scialli tessuti di nebbia e chiaro di luna: erano molto graziose, per chi ama quel genere di bellezza.
Al centro del monte c'era una grande sala pulita con molta cura; il pavimento era stato lavato con il chiaro di luna e le pareti erano state lucidate con grasso di strega, così ora brillavano alla luce come petali di tulipani. La cucina era zeppa di rane allo spiedo, pelli di serpi ripiene di dita di bimbi, insalata di semi di fungo, musi umidi di topo, e cicuta; c'era la birra della donna della palude e il vino di salnitro brillante della cantina delle tombe. Tutto era di sostanza; chiodi arrugginiti e frammenti dei vetri della chiesa erano i confetti.
Il vecchio re degli elfi fece lucidare la corona d'oro con il gesso in polvere; era il gesso del primo della classe ed era stato diffìcile trovarlo, persino per il re! Nella camera da letto c'erano le tende alzate, fissate con saliva di serpe. C'era proprio un bel baccano!
«Adesso bisogna bruciare i crini di cavallo e le setole di maiale, poi credo di aver terminato il mio compito» esclamò la governante.
«Caro padre» chiese la figlia minore «posso sapere finalmente chi sono gli ospiti di riguardo?»
«Certo!» rispose il re.«Ora te lo dico. Due delle mie figlie devono tenersi pronte a sposarsi: ne darò certo via due in sposa! Il vecchio troll della Norvegia, che abita sull'antica montagna di Dovre e possiede molti castelli di scoglio costruiti su massi enormi e una miniera d'oro che vale più di quanto si creda, viene quaggiù con i suoi due figli, che devono trovar moglie. Il vecchio troll è proprio un vero norvegese, onesto e distinto, allegro e semplice; lo conosco dai tempi in cui brindammo alla nostra amicizia. Era venuto allora a cercar moglie, ora è morta, era la figlia del re della scogliera di IVfeen. S'è preso una moglie di creta, come si usa dire! Oh, che voglia di rivedere il vecchio troll norvegese!
Si dice che i figli siano maleducati e presuntuosi, ma può darsi che non sia vero, o che migliorino col tempo. Vediamo se li saprete sistemare voi!»
«Quando arrivano?» chiese una figlia.
«Dipende dal tempo e dal vento» rispose il re degli elfi. «Viaggiano in economia. Verranno con la prima nave che passa. Io volevo che passassero dalla Svezia, ma il vecchio non si fida. Non è al passo coi tempi, e questo non mi piace molto!»
In quel mentre giunsero saltellando due fuochi fatui, ma uno era più veloce e arrivò prima.
«Arrivano! Arrivano!» gridarono.
«Datemi la corona e mettetemi al chiaro di luna!» disse il re degli elfi.
  Le figlie sollevarono i lunghi scialli e si chinarono fino a terra.
Apparve il vecchio troll di Dovre, con una corona di getti di ghiaccio indurito e pigne d'abete lucidate, una pelliccia d'orso e un bel paio di stivali; i figli invece erano senza colletto né bretelle perché volevano apparire più moderni.
«Questa sarebbe una montagna?» chiese il più giovane indicando il monte degli elfi. «In Norvegia la chiameremmo una caverna!»
«Giovanotti!» commentò il vecchio «la caverna va in dentro il monte va in fuori. Non avete gli occhi?»
L'unica cosa che li sorprendeva in quel luogo, osservarono era il fatto di capire la lingua senza difficoltà.
«Non datevi arie adesso!» rispose il vecchio «o finirete per sembrare immaturi.» E entrarono nel monte degli elfi dove si trovava una compagnia molto distinta, che si era riunita in fretta come fosse stato il vento a soffiarla là. Per ognuno era stato apparecchiato con molto buon gusto. La gente di mare sedeva in grandi vasche d'acqua e sosteneva di sentirsi come a casa propria
Tutti erano molto ben educati, eccetto i due giovani troll norvegesi, che avevano appoggiato le gambe sul tavolo e credevano di poter fare qualunque cosa.
«Giù le gambe dal tavolo!» gridò il vecchio troll, e i figli gli obbedirono, ma solo dopo qualche tempo. Fecero poi il solletico alla loro vicina di tavolo con delle pigne d'abete che avevano in tasca, e si tolsero gli stivali per sentirsi più comodi dandoli in custodia alle donne. Il padre invece, il vecchio troll era tutta un'altra cosa; raccontava così bene delle fiere montagne della Norvegia, delle cascate che precipitano bianche di schiuma, risuonando come un organo o come un tuono.
Raccontava del salmone che risale la corrente, quando l'ondina suona la sua arpa d'oro, delle luminose notti invernali durante le quali le sonagliere risuonano e i ragazzi corrono con le torce accese sul ghiaccio tanto trasparente che i pesci sotto di loro si spaventano. Sì, sapeva proprio raccontare! Tanto che la gente che ascoltava vedeva e sentiva le cose di cui lui parlava: le segherie sembravano funzionare davvero, i ragazzi e le ragazze cantare le canzoni e danzare i balli popolari tipici della valle di Halling. A un tratto il vecchio troll diede un grosso e casto bacio alla governante degli elfi; un bacio molto fraterno, ma bisogna pensare che non sono neppure lontani parenti!
Le ragazze del monte degli elfi cominciarono a danzare, sia nel solito modo che battendo un piede, e questo genere di danza si addiceva molto alle ballerine. Infine ci fu una "danza artistica", in cui ogni ballerino si esibisce in un assolo fuori dalle file.
 Accidenti! Come sapevano tendere le gambe, non si distingueva più la fine e il principio; non si capiva quali fossero le braccia e quali le gambe, si mescolavano come trucioli di serratura e ruotavano per la stanza tanto che il cavallo degli Inferi stette male e se ne andò fuori.
«Brr!» esclamò il vecchio troll «quante gambe! Ma che cosa sanno fare oltre danzare, tendere le gambe e fare le giravolte?»
«Adesso lo saprai!» rispose il re degli elfi, e chiamò la più giovane delle sue figlie; era così magra, e trasparente come il chiaro di luna, era la più raffinata tra le sorelle; mise in bocca uno stecchino bianco e immediatamente scomparve: questa era la sua specialità.
Il vecchio troll disse di non apprezzare una moglie che sapesse fare quella magia, e lo stesso senza dubbio pensavano i suoi figli.
La seconda sapeva camminare di fianco a se stessa come se avesse avuto l'ombra, cosa che gli spiriti non hanno.
La terza era di un altro genere, aveva imparato alla birreria della donna della palude e sapeva lardellare i tronchi di ontano con le lucciole.
«Questa diventerà un'ottima donna di casa!» commentò il vecchio troll e brindò strizzando l'occhio, dato che non voleva bere troppo.
Poi giunse la quarta figlia con una grande arpa d'oro su cui cominciò a suonare, ma non appena ebbe toccato la prima corda tutti sollevarono la gamba sinistra, dato che gli spiriti sono mancini, e quando vibrò la seconda corda tutti dovettero fare quello che voleva lei.
«Questa è una moglie pericolosa!» disse il vecchio troll, e i suoi due ragazzi uscirono dal monte perché si erano annoiati.
«Cosa sa fare la prossima?» chiese il troll.
 «Io ho imparato a amare i norvegesi» esclamò lei «e non mi sposerò se non andrò a abitare in Norvegia!»
Ma la sorella più piccola sussurrò al vecchio troll: «Dice così solo perché ha sentito in una canzone norvegese che, quando il mondo finirà le rocce norvegesi resteranno come monumenti del passato: è per questo che vuole andare lassù, perché ha tanta paura di morire».
«Ah! ah!» rispose il vecchio troll «tranquillizzati! E cosa sa fare la settima e ultima fanciulla?»
«Prima c'è la sesta» gli disse il re degli elfi, che sapeva contare; ma la sesta non volle presentarsi.
«Io so solamente dire la verità alla gente» rispose «di me non importa a nessuno, e sono già abbastanza impegnata a cucirmi la camicia per la bara!»
Poi arrivò la settima e ultima figlia, che cosa sapeva fare? Sapeva raccontare delle storie, tante quante ne voleva.
«Qui vedi le mie cinque dita» le disse il vecchio troll. «Raccontami una storia per ognuno.»

 La figlia del re lo afferrò per il polso e lo fece ridere finché gli venne il singhiozzo. Quando poi arrivò all'anulare, che aveva un anello dorato in vita come se già sapesse che ci sarebbe stato un fidanzamento, il vecchio troll esclamò: «Tieni ben stretto ciò che hai, la mano è tua. Io ti voglio prendere in moglie».
La fanciulla rispose che mancavano ancora le storie dell'anulare e del mignolo!
«Le sentiremo quest'inverno» rispose il vecchio troll «e ci racconterai la storia dell'abete, della betulla, dei regali delle ninfee e del gelo che scricchiola! Vedrai quanto dovrai raccontare, perché nessuno lo sa fare bene lassù. Ci siederemo nella nostra stanza di pietra dove arde la legna, berremo l'idromele dai corni d'oro degli antichi re norvegesi, l'ondina me ne ha regalato qualcuno! Mentre saremo là seduti verrà a trovarci il folletto contadino, che canterà tutte le canzoni delle pastorelle di montagna. Sarà molto divertente! Il salmone salterà sulla cascata proprio contro il muro di pietra di casa nostra, ma non riuscirà a entrare! Vedrai come si sta bene nella vecchia e cara Norvegia! Ma dove sono finiti i miei ragazzi?»
Già, dov'erano finiti i due ragazzi? Correvano nei campi e spegnevano tutti i fuochi fatui, che stavano arrivando con calma per fare la fiaccolata.
«C'è bisogno di gironzolare così?» esclamò il vecchio troll «io ho trovato una madre per voi, ora voi potete prendervi una delle zie!»
Ma i ragazzi dissero che avrebbero preferito tenere un discorso o brindare all'amicizia, mentre di sposarsi non avevano alcuna intenzione. Perciò tennero un discorso, brindarono all'amicizia, e rovesciarono il bicchiere per dimostrare che avevano bevuto fino in fondo; poi si tolsero i vestiti e si stesero sul tavolo per dormire, dato che erano un po' sfacciati. Il vecchio troll danzò per la stanza con la sua giovane sposa; poi si scambiarono gli stivali, il che è più fine che scambiarsi gli anelli.
 «Ora canta il gallo!» esclamò la vecchia governante, che badava alla casa. «Bisogna chiudere le persiane delle finestre per evitare che il sole ci arrostisca!»
E così il monte si richiuse.
Fuori le lucertole correvano su e giù dall'albero spaccato e una disse all'altra:
«Oh, come mi piace il vecchio troll norvegese!»
«A me piacciono di più i ragazzi!» replicò il lombrico, ma lui non ci vedeva, poveretto!


La collina degli elfi
Hans Christian Andersen

sabato 11 giugno 2011

gli elfi silvani

-Mamma,posso vedere gli Elfi?
-Certo che puoi vederli,cara, quando vuoi...basta che ti inoltri nei boschi...
-Ma...io ci sono stata nei boschi,e non li ho mai visti!
-E allora ascoltami...
entra nei boschi con la fantasia,e non dimenticarti il rispetto...Cancella dal tuo cuore la cattiveria, l'arroganza e la supponenza...e non solo potrai vederli, ma anche ascoltarli

Le origini degli Elfi Silvani sono antichissime. Bisogna risalire fino al tempo del Consiglio degli Elfi Anziani,tra la fine del Regno della Luce (dominata dagli Elfi) e l'inizio del Tempo Oscuro (il nostro Tempo).
Isil, la più giovane di 4 fratelli, aveva dato vita ad una comunità di Elfi che viveva tra i boschi, in equilibrio con la Natura, e che adorava la Dea Eliane. Ognuno dei suoi fratelli aveva percorso strade diverse e per lunghi anni non avevano più avuto notizie gli uni degli altri. Il giorno in cui la comunità nata da Isil si trovo' in pericolo, quest'ultima chiamò a raccolta i suoi fratelli per chiedere il loro aiuto.
 Con rammarico si accorse che nessuno di loro era disposto a farlo, ognuno perduto nella ricerca di egemonie pericolose e lontane dai dettami della vita Elfica. La Grande scissione degli Elfi si fa risalire a quell'evento drammatico, da cui nacquero le quattro razze Elfiche oggi conosciute: gli Alti, i Selvaggi, i Silvani e i Drow. Superato l'imminente pericolo chiamando a raccolta il coraggio dei pochi Elfi fedeli ad Isil, da quel tempo i Silvani vissero isolati da tutti, colmi di una profonda delusione verso i loro oramai perduti fratelli, dai quali si sentivano traditi. 
Abituati alla vita selvaggia, gli Elfi Silvani sono persino più agili delle altre razze elfiche; hanno capelli che vanno dal biondo al rosso rame, passando per le varie sfumature castane, formando un piacevole contrasto con la pelle leggermente abbronzata. Gli occhi sono generalmente di colore marrone o verde intenso. Come negli altri Elfi, i lineamenti del viso sono fini e affilati con orecchie tipicamente a punta.
L’altezza è compresa fra un metro e 60 e un metro e 80 centimetri, la vita media è lunga in rapporto a quella umana: circa 750 anni. L’abbigliamento dei Silvani è finalizzato alla mimetizzazione, e dunque per definizione è semplice, con i colori delle varie stagioni: i loro ornamenti sono costituiti da piume, collane e bracciali di pietre e gemme, e amano colorare il corpo con tatuaggi di ogni forma. 
Alcuni di loro hanno imparato a parlare con gli altri abitanti del bosco, e li usano nei loro compiti di esplorazione, ma quasi mai in battaglia perché ritengono sacra la vita degli animali. 
La Musica è l’altra arte che preferiscono: le loro feste sono caratterizzate da frenetici canti, avviluppati da suoni complessi ma prodotti da strumenti semplici come flauti e strumenti a corda, ma anche da vere orchestre di strumenti a percussione di corteccia o di pelli, in cui tutti i membri della comunità si abbandonano per notti intere dedicate al culto stesso della Vita, ballando instancabili come arsi da un desiderio orgiastico. A volte si odono, camminando nei boschi, anche suoni più miti, più struggenti, all’apparenza nati dalle foglie morte del sottobosco. Nessuno riesce mai a trovare la vera origine di questa musica, ma pochi dubitano che ne siano gli Elfi Silvani gli artefici. Il rapporto che intrattengono con le altre razze è praticamente inesistente; si tengono lontani il più possibile dagli altri esseri pensanti, compresi gli Elfi Alti, e sono determinati a salvaguardare le loro abitudini e la loro libertà ad ogni costo.
La loro politica è incentrata sulla neutralità totale, ma diventano ostili se qualcuno attenta a loro o al bosco, abbattendo gli alberi o provocando una grande moria di animali. Persino gli altri Elfi, quando si avvicinano a meno di 5 Km da un loro accampamento, hanno una scorta di almeno due Elfi Silvani, che li segue sempre, non vista, finché non si allontaneranno da quella zona. Gli Elfi Silvani si alleano più spesso con gli animali della foresta che non con i propri simili.
Nessuno conosce il luogo in cui sorgono i loro accampamenti, per il semplice fatto che i Silvani impediscono a chiunque li abbia trovati di rendere la notizia pubblica.
Alle volte, ove trovano le condizioni adatte, si stabiliscono sopra gli alberi della foresta, in un intrico di ponti sospesi e di passerelle che rendono la città invisibile a chi passa sotto.
Le loro tendenze isolazioniste li hanno portati a dimenticare un po’ dell’unica lingua degli Elfi,il “Sindaril”, e solitamente usano un dialetto primitivo chiamato “Nandorin”.

sabato 21 maggio 2011

C’era, un tempo, un contadino di nome Juanito, che era padrone di dieci bufali e di molte risaie.
Un giorno accadde una cosa strana: la più grande delle risaie di Juanito si trasformò in uno stagno dall’acqua profonda, che per di più aveva lo stesso colore dell’oro.
Appena si seppe, tutto il villaggio corse a guardare, e ognuno diceva la sua: era buon segno, Juanito sarebbe diventato ricco; no, era una cattiva magia, e a Juanito sarebbe accaduta una disgrazia.
Alla fine la gente si stancò di chiacchierare e se ne tornò a casa. Sulle rive dello stagno rimase solo Juanito che, seduto fra i cespugli, guardava sconsolato le acque d’oro, pensando al raccolto rovinato.

A un tratto, però, gli sembrò di sentire delle voci sconosciute, voci di ragazze che ridevano e scherzavano.
Guardò a destra, guardò a sinistra: nessuno. Poi alzò gli occhi, e vide un gruppo di bellissime fanciulle vestite di rosso, con ali di farfalla sulle spalle, che scendevano giù dal Cielo per tuffarsi nello stagno.
Juanito le guardò nuotare e giocare, spruzzando acqua tutt’intorno, e alla fine, convinto che la sua disgrazia fosse opera loro, balzò fuori dai cespugli e gridò:


«Chi siete? E che cosa avete fatto alla mia risaia?»


In un lampo, le ragazze uscirono dall’acqua e presero il volo, come uno sciame di farfalle rosse.
Solo una non riuscì a scappare: le ali di farfalla cucite al vestito si erano impigliate nelle canne della riva.
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Juanito si avvicinò e la prese per un braccio, furibondo:
«Dovrei tagliarti la testa! Ora che la risaia è diventata uno stagno, chi mi ripagherà il raccolto perduto?»


«Lasciami!»
lo supplicò la ragazza.
«Sono la figlia di Abigat, il re delle fate, e non puoi trattenermi sulla Terra.»


Juanito, invece di lasciarla andare, la portò a casa sua, perché adesso non era più arrabbiato, ma innamorato: la figlia del re delle fate era cosi bella che lui aveva deciso di prenderla in moglie.
Alla ragazza l’idea non dispiacque. Juanito era bello e forte, e sicuramente non le avrebbe fatto mancare nulla. Così si sposarono, ma il contadino sapeva bene che non sarebbe durata: gli spiriti celesti, infatti, non possono restare troppo a lungo sulla Terra, e prima o poi sua moglie avrebbe dovuto andarsene.
Per allontanare il più a lungo possibile quel momento, però, Juanito nascose il vestito rosso con le ali di farfalla in un angolo della dispensa. Senza di esso, la piccola fata non avrebbe mai potuto volare sulla Luna, dov’era la casa di suo padre e delle sue sorelle.
I due sposi vissero felici per qualche anno, ed ebbero una bellissima bambina che fu chiamata Bugan. Juanito la adorava, e la piccola lo seguiva ovunque.

Ma un giorno, mentre il padre era nei campi, la bambina andò in dispensa a cercare le spezie per il pesce ripieno che sua madre stava cucinando, e siccome non le trovava frugò dappertutto. Ed ecco, in un angolo c’era uno splendido vestito rosso ornato con grandi ali di farfalla.
La bambina lo prese e corse in cucina:

«Mamma, guarda cos’ho trovato!»


«Il vestito che portavo quando ho conosciuto tuo padre!»
gridò la fata, e, senza badare al riso che bolliva e al pesce che cuoceva, se lo infilò.


Quando Juanito tornò a casa, trovò la moglie che lo aspettava con la bambina in braccio, vestita di rosso come la prima volta che l’aveva vista. Le grandi ali di farfalla battevano piano.
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«E ora che io ritorni da mio padre, marito»
disse la fata, piangendo.
«Prima o poi doveva succedere, lo sai.»


«Ma siamo stati tanto felici, insieme!»
gridò Juanito.
«Se proprio devi andare, portami con te!»


«Non posso, le mie ali non sono abbastanza forti. Porterò Bugan, che è piccola e leggera. E adesso addio, non ci rivedremo mai più.»

«No! Lasciami almeno la bambina!»


E Juanito si slanciò verso la moglie, cercando di strapparle Bugan dalle braccia.
La fata, però, aveva già preso il volo e si allontanava nel Cielo. Ben presto lei e Bugan arrivarono così in alto che Juanito non le vide più, e non gli rimase che sedersi sulla soglia di casa, con il viso tra le mani.
Restò là, senza muoversi, finché non spuntò la Luna: e contro il suo candore luminoso il contadino vide l’ombra di una donna alata che teneva in braccio una bambina.

Era sua moglie, la fata, che aveva appena fatto ritorno alla casa di suo padre.

E chi oggi guarda la Luna, chiedendosi cosa sia quell’ombra scura disegnata sulla sua bianca superficie, ora conosce la risposta: sono la moglie e la figlia di Juanito, che guardano la Terra e si chiedono cosa starà facendo l’uomo che hanno dovuto abbandonare.
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sabato 7 maggio 2011

fate dell' aria

Conosciute come spose del vento le fate dell'aria sono creature bellissime, dotate di grande fascino e poteri immensi.

In numerose leggende vengono descritte come splendide fanciulle dalla voce soave, in grado di incantare gli uomini con il loro canto.

Adorano trascorrere le giornate dolcemente adagiate sulle rive rocciose o sulle montagne più alte avvolte in vestiti leggeri rossi o verdi.

Se trattate con rispetto possono insegnare agli uomini a comunicare con gli animali.
La loro caratteristica principale è la capacità di trasformarsi in un baleno in terribili megere dall' enorme bocca sdentata e di scendere a valle urlando come forsennate con i capelli ispidi e arruffati e gli abiti tutti strappati.

Nei paesi di montagna sono ancora molti i contadini che temono queste imprevedibili fate che, almeno quattro volte l'anno, all'inizio di ogni stagione, corrono lungo i pendii, spaventando il bestiame e provocando pericolosi mulinelli d' aria.
L'effetto delle Sylphs è devastante per gli uomini.
Alluvioni e frane si scatenano in pochi istanti , le mandrie vengono disperse e i malcapitati che si trovano ad intralciare il cammino vengono addirittura acchiappati per i capelli e trascinati a valle.
Diventano invisibili e si divertono a baciare all'improvviso le persone che hanno intorno, provocando sorrisi e risate senza motivo.
Sono le protrettrici dei vagabondi; non li abbandonano mai e li aiutano nei momenti di difficoltà. 
Tutte le Fate che  caratterizzano questo elemento posseggono le  ali, il  loro compito è il più svariato, dal produrre la più dolce brezza al più violento uragano.
Spesso prendono le sembianze degli uccelli, o delle farfalle, le Fate dell'aria sono le più evolute tutte le altre, perché in esse si possono trovare i quattro elementi: 
Le ali, simbolo dell'aria;
 le gambe della terra;
 lo scintillio del fuoco
 ed infine la fluttuarità, simbolo dell'acqua.

Sono molto attratte dalle persone creative e molte volte regalano a loro l'ispirazione.
Le più importanti Fate dell'aria: Slyphs, Elfi Grigi, Comeles. 
L'Angelo guardiano di questo elemento è RAFFAELE. I segni sono GEMELLI, BILANCIA ed ACQUARIO. 
Le Fate dell'aria sono le più eteree di tutte, esse proteggono il libero pensiero, l'intelligenza  e l'individualità.
Sono fate che viaggiano molto, curiose e molto amichevoli, sono le fate che più amano aiutare le persone in difficoltà.
Si muovono sospinte dai venti, come cristalli di neve... Spesso collaborano con le fate dell'acqua, a cui sono legate  profondamente.

venerdì 22 aprile 2011

Gli elfi sono sono simboli degli elementi della natura.
Sono legati al fuoco, all'acqua, al vento, alla terra e a tutte le manifestazioni atmosferiche in generale.
Sono descritti come alti e magri ma forti e velocissimi, volto pulito, sereno, orecchie leggermente a punta. Posseggono una grande vista e un udito molto sensibile. Non hanno barba, hanno capelli perlopiù biondi e occhi chiari che si dice penetrino la persona fino a conoscerne i pensieri, si dice che siano dotati di telepatia.
Hanno voce splendida e chiara. Sono intelligenti ed armoniosi, con grande rispetto per i quattro elementi e per la natura. Magia
Talvolta alcuni possono essere capricciosi e talvolta benevoli con l'uomo che li rispetta, possono donare oggetti magici a coloro che sono puri di cuore e spirito e che desiderano aiutare. Sanno forgiare spade e metalli, fino alla conoscenza della magia.
Le loro compagne, al contrario, sono esseri graziosi. In origine pare che gli elfi siano stati concepiti come anime di defunti, poi furono venerati anche come potenze che favorivano la fecondità.
Abitano principalmente sugli alberi o in alcune foreste nascoste. Non danneggiano mai e in nessun modo la natura perché per loro è parte basica della loro vita ed esistenza. La considerazione che nutrono per la natura, concepita come una entità, un gran spirito eterico, madre di tutti gli esseri.
Essi riescono a camminare senza lasciare tracce, immuni alle malattie, resistono alle temperature estreme. Gli elfi hanno vita lunga invecchiando senza che la loro bellezza venga intaccata dal tempo. Si dice che siano immortali tranne quando si è in guerra.
Molteplici sono le leggende legate a questa figura mitologica, alcune delle quali parlano delle cattiverie che essi compiono nei confronti degli uomini e dei rapimenti dei bambini umani. 
Gli elfi hanno una forte gerarchia, al capo della quale stanno le regine e i re delle colline delle fate, riconoscibili perché spesso ricoperti da un fresco manto di biancospini.
"  La tua virtù mi rassicura: non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, né che il bosco sia spopolato e solitario, perché tu per me sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?"

Sogno di una notte di mezza estate -William Shakespeare